domenica 28 aprile 2013

Tre di noi (settima parte)


…la guardo pieno di meraviglia e stupore. Urla con una voce stridula che mette paura a chi ascolta. Ma realizzo che è anche una voce a sua volta impaurita. Le mani aggrappate a un cespuglio. La scruto da capo a piedi. Non dimostra più di quarant’anni. Capelli scuri e un corpo longilineo. Trema lungo tutto il corpo. E non per il freddo primaverile che non è quello invernale. Sembra piuttosto in preda a una forma di delirium tremens. Lo stesso che più volte ha colpito Mary nelle fasi acute di depressione. Si alza e mi fissa con occhi imbarazzati che tradiscono comprensione. Sono spalancati e un bel colore azzurro mi colpisce. Mi rammenta il mare placido di casa mia. Ma sono anche spalancati e fissi, come se fossero stati investiti da qualche cosa che incute terrore. Giro la testa a destra e a manca. Non vedo mostri. Ma soltanto un uomo alto e robusto con una folta barba nera di fronte a lei . Allora perché questa donna ha imprecato improperi da sindrome maniacale? – mi chiesi e continuai – “Chi diavolo è? Perché si è gettata come un’invasata su di me e la mia sciarpa?”
Concentro un’occhiata al tipo alto e robusto. Mi domando se per caso non sia anch’egli fuori dai binari della normalità. Anche lui mi fissa. Stupefatto. Come per chiedermi cosa diavolo sia successo in pochi minuti. Prima di rivolgergli la parola l’istinto mi assale e mi sollecita verso la mia adorata sciarpa. L’unica cosa che mi preme in quel momento è di recuperarla. Faccio due passi incontro a quella che sembrava essersi un po’ calmata. Allungai un mano verso la sciarpa che le penzolava lungo il corpo. Non trovai resistenza e gliela sfilai. Trassi un sospiro di sollievo quando la rimisi dove doveva stare: attorno al mio collo.
“Mi scusi signora, ma si sente bene? Che diavolo le è preso? Non mi sembra garbato inveire come ha fatto lei. Per giunta verso una persona che non conosce. Trovo sia poco raffinato o addirittura sconveniente per i costumi di una signora per bene, quale pare essere lei. Fortunatamente il mio lavoro mi porta verso la calma e la riflessione. Tanto da non averle risposto per le rime. Tenga, prenda la mia giacca. Trema ancora ed è in uno stato confusionale.” – mi sfilai la giacca di lana e gliela porsi sulle spalle. Non mi esentai di guardale la schiena e il fondo schiena. Fino alle caviglie. Sotto la veste di cotone dal colore beige doveva respirare un corpo sinuoso, pensai.
L’uomo dalla barba nera e folta guardava silenzioso. Sembrava condividere i miei ludici pensieri.
“Ecco fatto.” – le dissi – “Va meglio ora?”
“Grazie signore.” – furono le sole parole che a fatica riuscì a dire a bassa voce.
“Si figuri. È soltanto una giacca. Io mi chiamo Frank. E lei?” – chiesi per approcciarla a una distensione.
“Le interessa molto sapere come mi chiamo? Che importanza può avere per lei, signor Frank, sapere il mio nome?” – la sua voce era ancora piena di non so quale rancore. O rabbia. O paura, verso non so chi o cosa. I suoi occhi erano di un azzurro adirato. Gli stessi di colui che per qualche ragione sente che tutto va storto. Che la sua vita è più un calvario che una passeggiata rilassante. Subito pensai che avrei dovuto muovermi con cautela. Come quando ho un paziente sulla poltrona. E questa, a prima vista, non era certo una delle più facili: un quadro dalle tinte forti e profonde. Dissi fra me pensando. Quei quadri che tendono a intrigare anche la ragione più discernente.
“No. Non mi interessa. Perché dovrebbe. Non ci conosciamo. E non esiste un buon motivo perché lei debba interessarmi. Non amo le persone che si gettano addosso il male del mondo. Ma da una parola potrebbe nascere un dialogo. E dai dialoghi a volte scaturiscono conoscenze inaspettate. Poi dopo tutti quegli epiteti altisonanti senza alcuna virtù, il minimo che possa fare per scusarsi, è di presentarsi. Non trova?” – la fissai dritta nelle pupille che subito abbassò. Si girò su un fianco dandomi le spalle. Come se volesse prendere tempo. Intuii che stava sbollendo. Che la pentola a pressione in cui era rinchiusa stava esalando l’ultimo vapore. Si girò nuovamente verso di me. Mi guardò a lungo con occhi forti di sfida. Pareva volesse colpirmi con non so quale odiosa arma. Sostenni quello sguardo con altrettanta forza, ma con un’espressione dolce e benevola. Si voltò verso l’altro fianco e scalciò un paio di volte sul terreno. Emise un grugnito alzando le braccia al cielo e di scatto pronunciò al mio cospetto: “ Mi chiamo Susy. Susy Lovely. E tu?”
“Io, sono Frank.”
“Questo l’ho già sentito. E poi?”
“Ah, scusami Susy: Frank Zappa.”
“Frank Zappa? Come il famoso chitarrista?”
“Già. Proprio come quello…” – fui interrotto.
“Perdonate se mi intrometto...” – la voce del nerboruto dalla carnagione scura come la sua barba echeggiò nell’aria e riprese – “…vorrei presentarmi anch’io. Se a voi non dispiace.”
“Dica. Siamo in ascolto.” – replicai guardando Susy Lovely ancora accigliata, ma non più fuori di testa.

3 commenti:

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  2. Che meraviglia Sergino...
    Ma adesso chi va avanti...
    Tutto ribaltato ..devo pensare, chissà, qualcosa troverò..
    Frank Zappa? Ma come ti è venuto in mente...
    Ora stampo il tutto e la rileggo, ne vale la pena....
    Ciao adorato gabbiano mio!

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  3. ahahahahhahahahaahah finale insuperabile.....ho immaginato l'espressione del terzo uomo...fantastico Sergio, ineguagliabile! ..e adesso???...ahahahahah ora vediamo Nella che fará , ma a lei nonn manca di certo la fantasia !..Sei un mostro!

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