sabato 5 ottobre 2013

UNA STORIA: LA GRECIA parte prima

La macchina correva veloce sulla strada che dall'aeroporto portava a casa e Zoe guardava il paesaggio che via via andava mutando con aria triste e stanca, faceva caldo,  era quel caldo umido e appiccicaticcio che rendeva scomodo anche il battito delle ciglia.
Stava rientrando, di ritorno dal quel mitico viaggio in Grecia che le sarebbe rimasto nel cuore per sempre. Per lei era stato come rivivere un pezzo di storia antica, quella storia che l'aveva sempre appassionata, per le gesta, gli eroi, i luoghi, le strategie.
I luoghi che aveva visitato, avevano tutti un punto in comune: l'aria ferma, statica, senza tempo; persino quando aveva passeggiato fra le rovine, le sembrava di star ferma. Anche le foto che aveva scattato le avevano lasciato questa impressione: non continuità fra spazio e tempo.
Sperava già di poter tornare, pur avendo in mente anche altre mete a lei care.
Era difficile dipanare, srotolare, quella intricata matassa si sensazioni che spaziavano dalla felicità alla commozione, perché la Grecia era un paese dove si respirava l'aria delle battaglie omeriche, dove si sentiva forte il clangore delle armi, dove il suolo aveva accolto il piede di Milziade, Epaminonda, Leonida, Socrate, Eschilo.....Era il paese che aveva dato i natali a Fidia, il supremo, il sommo, l'altissimo scultore, che era riuscito a riassumere nella sua arte lo spirito greco, l'armonia, la bellezza divina, i sorrisi arcaici ed emblematici, i misteri e la sacralità.
E nel vedere tutto ciò non si poteva far altro che pensare che il popolo greco fosse stato un popolo eletto.
Ripercorse con la memoria le tappe del suo viaggio e tornò a Micene. Questa potente roccaforte sorgeva su una rocciosa altura, protetta alla spalle dalla nuda roccia e, di fronte, dal dominio incontrastato che essa aveva su tutta quanta la pianura circostante fino al mare.
Per entrare nell'acropoli si doveva attraversare l'imponente e minacciosa porta dei leoni che si stagliava maestosa sulle mura ciclopiche che circondavano la cittadella: quale meraviglia architettonica, quale gioiello di precisione potevano ammirare i suoi occhi!
Nello stesso istante in cui aveva varcato la soglia di quella porta, per Zoe il tempo aveva cessato di trascorrere. Gli unici suoni che riusciva a percepire erano le urla di Clitemnestra e di Egisto e gli spasimi di Agamennone, il coro delle Coefore e la vendetta di Oreste. Ad ogni passo Zoe aveva la netta sensazione che qualcuno la osservasse o la seguisse passo passo. Osservava le rovine che la circondavano e ne intuiva la fierezza, l'importanza; dal cimitero interno alla città fino al megaron e là, nella parte più alta si mise a sedere sotto un piccolo olivo che faceva una timida ombra; sentì che quello era il suo posto, che non sarebbe mai voluta andar via di lì, e volse lo sguardo attorno: le colline brulle, le rocce puntute, le mura, le stanze del megaron, si sentiva a casa.
Non riusciva più neanche a pensare, era lì e basta, e una linfa vitale le riempiva le vene. Era sicura che non fosse una suggestione psicologica, era l'intimo del suo io, non si sentiva più di questo mondo, no! Non era più Zoe e non respirava più la sua contemporaneità, non c'era. Intorno a lei non v'erano i turisti, ma Greci, Attici, Tessali che frequentavano Micene. E chi era lei? Questo la tormentava, non aveva coscienza di se stessa e quella condizione nuova la disarmava: era indifesa.
Però stava bene, non pensava più a niente, solo la sua persona lì, quel giorno, a quell'ora: era Venere, era Atena, chissà, Zoe era scomparsa.

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